Pubblicato il: 25/09/2026
Uno dei temi maggiormente discussi riguarda il tempo trascorso online e il modo in cui alcune piattaforme sono progettate per mantenere elevato il coinvolgimento degli utenti. Lo scorrimento infinito dei contenuti, la riproduzione automatica dei video, le notifiche continue e i sistemi di raccomandazione personalizzati possono infatti incentivare una permanenza prolungata davanti allo schermo.
Non si tratta soltanto di una questione legata alle abitudini individuali. Le caratteristiche tecniche delle piattaforme sono finite al centro dell'attenzione delle istituzioni europee. Nel febbraio 2026 la Commissione europea ha contestato preliminarmente a TikTok alcuni elementi del design della piattaforma, tra cui lo scorrimento infinito, l'autoplay, le notifiche push e i sistemi di raccomandazione personalizzati, ritenendo che potessero contribuire a comportamenti d'uso problematici.
A luglio dello stesso anno, Bruxelles ha rivolto analoghe contestazioni preliminari a Meta in relazione al funzionamento di Instagram e Facebook, richiamando ancora una volta alcune funzionalità progettate per favorire il coinvolgimento degli utenti, come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica e le notifiche.
Accanto al problema del tempo trascorso online c'è quello della sicurezza delle interazioni. Il cyberbullismo rappresenta uno dei rischi più evidenti: insulti, minacce, molestie e comportamenti aggressivi possono trasferirsi dalla vita scolastica e sociale agli spazi digitali, raggiungendo il minore in qualsiasi momento della giornata.
Ma i pericoli non riguardano soltanto ciò che un ragazzo pubblica volontariamente. Fotografie, video e informazioni personali condivisi online possono essere salvati, scaricati e redistribuiti al di fuori del contesto originario, diventando difficili da controllare una volta entrati nella rete.
Per questo le linee guida europee sulla protezione dei minori raccomandano una maggiore tutela già nelle impostazioni predefinite dei servizi: account privati per i più giovani, strumenti semplici per bloccare o silenziare altri utenti e maggiori limitazioni alla possibilità di aggiungere un minore a gruppi o conversazioni senza il suo consenso.
C'è poi un aspetto più sottile, ma centrale nel nuovo approccio europeo: il modo in cui una piattaforma viene progettata può influenzare il comportamento dell'utente.
Per molto tempo il tema della sicurezza digitale dei minori è stato affrontato soprattutto dal punto di vista dell'educazione e del controllo familiare. Oggi l'attenzione si sta spostando anche sulle responsabilità di chi progetta e gestisce i servizi digitali. Notifiche frequenti, autoplay, scorrimento senza fine e sistemi che suggeriscono continuamente nuovi contenuti possono rendere più difficile interrompere spontaneamente l'utilizzo della piattaforma. Il rischio, soprattutto per un adolescente, è che il passaggio da pochi minuti online a un periodo molto più lungo avvenga quasi senza rendersene conto.
In questo contesto la Commissione europea ha presentato il 17 settembre 2026 la proposta di EU KIDS Act, un nuovo regolamento destinato a rafforzare la protezione dei minori nell’ambiente digitale
Il nuovo KIDS Act punta, in particolare, a rafforzare ulteriormente questa impostazione, introducendo un principio destinato a cambiare il modo di concepire la sicurezza digitale: la protezione dei minori deve essere prevista fin dalla progettazione del servizio.
Non dovrebbe, quindi, essere soltanto il bambino a dover imparare a difendersi dai rischi della rete. Anche la piattaforma deve essere progettata in modo da ridurre quei rischi alla fonte
La proposta prevede un approccio graduale:
- i bambini sotto i 13 anni non potranno accedere ai social network, mentre l'età minima per creare autonomamente un account personale viene fissata a 15 anni;
- tra i 13 e i 15 anni la proposta prevede invece un sistema di mini-account gestiti e supervisionati dai genitori, con funzionalità limitate e specifiche misure di protezione. La Commissione indica anche limiti al tempo di utilizzo e alla possibilità di interagire con altri utenti;
- dai 15 anni in poi il ragazzo potrà avere un account autonomo, ma le piattaforme dovranno comunque rispettare requisiti di sicurezza più elevati.
Ma la proposta europea non guarda esclusivamente ai social network.
Il KIDS Act nasce con l'obiettivo più ampio di proteggere i minori dai rischi derivanti da determinati servizi digitali e sistemi di intelligenza artificiale. Particolare attenzione viene quindi dedicata anche ai videogiochi online e agli strumenti basati sull'intelligenza artificiale. Nel caso dei chatbot, il tema riguarda anche la possibilità che un minore sviluppi un rapporto emotivo inappropriato con un assistente virtuale o venga esposto a interazioni non adeguate alla propria età. È un terreno relativamente nuovo, nel quale le tradizionali categorie della sicurezza online devono confrontarsi con sistemi capaci di conversare, rispondere alle domande degli utenti e adattare le proprie risposte.
Ma come si può impedire realmente a un bambino di accedere a un social? È questa una delle questioni più complesse della nuova regolamentazione.
La semplice dichiarazione della data di nascita non è sufficiente a garantire che l'età indicata sia reale. La Commissione europea ha già contestato preliminarmente a Meta l'efficacia delle misure adottate per impedire l'accesso a Instagram e Facebook agli under 13, evidenziando proprio le difficoltà legate alla verifica dell'età.
L'Europa sta quindi sviluppando sistemi di age assurance, cioè strumenti attraverso i quali dimostrare di appartenere a una determinata fascia d'età senza necessariamente condividere con la piattaforma tutti i propri dati personali.
La Commissione ha sviluppato una soluzione europea di verifica dell'età progettata per tutelare la privacy e consentire, ad esempio, di dimostrare di avere superato una determinata soglia anagrafica senza rivelare ulteriori informazioni personali.
La novità più significativa del KIDS Act riguarda, però, un principio destinato a modificare il rapporto tra utenti e piattaforme: l'inversione dell'onere della prova.
In sostanza, secondo la proposta, non dovrebbe essere il minore o la famiglia a dover dimostrare che un servizio presenta determinati rischi. Saranno invece i fornitori dei servizi digitali a dover dimostrare che i propri prodotti sono adeguati all'età degli utenti e sicuri fin dalla progettazione.
Il nuovo approccio europeo riapre anche una questione molto discussa: quanto deve essere responsabilizzata la famiglia e quanto, invece, la piattaforma?
I genitori hanno naturalmente un ruolo fondamentale nell'educazione digitale dei figli. Ma – secondo la logica del KIDS Act – non può essere sufficiente chiedere alle famiglie di controllare continuamente ciò che i ragazzi fanno online. Se un servizio è progettato per massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma, utilizza algoritmi di raccomandazione particolarmente aggressivi o espone facilmente i minori a contenuti inappropriati, il problema riguarda anche il funzionamento del servizio.
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